Apporti adeguati di colina riducono il rischio di difetti del tubo neurale
L’iperomocisteinemia, ovvero un eccesso di omocisteina, è una condizione associata ai difetti del tubo neurale e alle malformazioni cardiache congenite, dovuti a uno sviluppo anomalo del tubo neurale o del cuore [6]. La colina potrebbe contribuire a ridurre i difetti del tubo neurale abbassando i livelli di omocisteina. È quindi importante assicurarsi apporti ottimali di colina già prima della gravidanza (e non solo di vitamina B9), poiché i difetti del tubo neurale si sviluppano nel primo mese di gravidanza.
In uno studio osservazionale che ha confrontato donne che avevano avuto figli con difetti del tubo neurale e donne i cui figli non ne erano affetti, è stata osservata una riduzione del rischio di gravidanza interessata da un difetto del tubo neurale in presenza di apporti più elevati di colina nel periodo periconcezionale (corrispondenti agli apporti adeguati). L’associazione riguardava tutti i difetti del tubo neurale, nonché la spina bifida e l’anencefalia. Per quantità di colina pari o superiori agli apporti raccomandati, è stata osservata una riduzione del rischio di difetti del tubo neurale del 51% rispetto ad apporti inferiori a 300 mg [7].
Concentrazioni elevate di omocisteina nella madre sono un fattore di rischio per diversi esiti avversi della gravidanza, tra cui preeclampsia, parto prematuro e peso alla nascita molto basso [8]. La colina contribuisce invece a ridurre i livelli di omocisteina.
Un apporto 2 volte superiore a quello raccomandato riduce il rischio di preeclampsia
Uno studio ha esaminato l’influenza dell’apporto materno di colina sulla placenta umana. Donne in gravidanza in buona salute sono state assegnate in modo casuale a ricevere 480 mg di colina/j o 930 mg/j per 12 settimane. Nei tessuti placentari del gruppo che aveva ricevuto 930 mg/j di colina è stata osservata una riduzione significativa del 30 % di un marcatore del rischio di preeclampsia rispetto al gruppo che aveva ricevuto 480 mg/j. Questi risultati indicano che un’integrazione di colina nella dieta materna potrebbe attenuare il rischio di preeclampsia [9].
La colina contribuisce a ridurre l’ormone dello stress
Un altro studio, in cui sono state somministrate le stesse dosi di colina a 2 gruppi di donne in gravidanza, ha mostrato che un apporto di 930 mg di colina al giorno riduceva del 33% il livello di cortisolo (l’ormone dello stress) nel plasma del cordone ombelicale, il che potrebbe ridurre il rischio di malattie legate allo stress più avanti nella vita [10].
Un apporto ottimale di colina migliora la memoria e le capacità cognitive
Nelle ultime fasi della gravidanza si sviluppa il centro della memoria nel cervello. Nei roditori che non avevano ricevuto apporti sufficienti di colina si osserva un declino della memoria con l’invecchiamento, mentre i piccoli esposti a un’integrazione di colina in utero non hanno mostrato questo cambiamento con l’età [11].
Uno studio sull’uomo ha mostrato gli stessi risultati! I ricercatori hanno esaminato gli effetti dell’integrazione materna di colina durante la gravidanza sulle capacità cognitive dei neonati [5]. Il tempo medio di reazione, calcolato alle età di 4, 7, 10 e 13 mesi, era significativamente più rapido nei bambini nati da madri che avevano consumato 930 mg di colina al giorno, rispetto a 480 mg. Questo risultato indica che il consumo da parte della madre di circa il doppio della quantità raccomandata di colina durante l’ultimo trimestre migliora la velocità di elaborazione delle informazioni del neonato.
Inoltre, nel gruppo che riceveva 480 mg di colina al giorno, è stato osservato che i bambini esposti più a lungo presentavano tempi di reazione più rapidi. Questo suggerisce che anche aumenti modesti dell’apporto materno di colina durante la gravidanza possano apportare benefici cognitivi ai bambini.
Dati osservazionali hanno inoltre mostrato che un apporto materno di colina nell’intervallo considerato adeguato durante la gravidanza era associato a una migliore funzione della memoria nei bambini di 7 anni, rispetto ai figli di madri il cui consumo era pari a circa il 50 % dell’apporto raccomandato [12].